WEB TAX: COS’È E COSA COMPORTA

Impresa e Investimenti
martedì, 17 Ottobre 2017 676 Views 0 Comments
WEB TAX: COS’È E COSA COMPORTA

La Web Tax mette d’accordo 19 paesi europei sui 27 che compongono attualmente l’Unione Europea. La nuova tassa dovrebbe essere introdotta con la Legge di Bilancio 2018.

 

Le multinazionali del settore informatico hanno dovranno rassegnarsi a pagare una tassa specifica sui ricavi prodotti sul suolo europeo: la cosiddetta Web Tax.

Se l’obiettivo da perseguire è chiaro, la proposta concreta è ancora in corso di realizzazione e pare che debba vedere la luce tra la fine del 2017 e i primi mesi del 2018. In particolare, l’obiettivo è preparare la proposta tecnica per l’appuntamento dell’Ecofin di dicembre 2017.

I paesi promotori della riforma sono stati Francia, in primis, Germania, Spagna e Italia. I capifila dell’iniziativa hanno riscosso diversi seguaci tra i paesi europei: sono solo otto, infatti, i ministri ancora scettici, ma che potrebbero ben presto fare qualche passo indietro.

La tassa più controversa degli ultimi anni è stata oggetto di discussione il 29 settembre 2017 a Tallinn nel corso dell’incontro tra i ministri dell’Ecofin.

Struttura della Web Tax

Secondo quanto emerso dai confronti avvenuti dai ministri delle finanze e dell’economia dei paesi europei, la Web Tax potrebbe avere due differenti forme, anche se una di esse pare la più accreditata.

La prima ipotesi, che sta riscuotendo il maggior numero di favori dagli addetti al settore, prevede un’aliquota forfettaria dell’8% sui ricavi dei colossi del web, che abbiano o meno una stabile organizzazione sul territorio nazionale. Questa applicazione della Web Tax rappresenta l’opzione di più semplice implementazione e di più rapida attuazione. Le controindicazioni di tale struttura, tuttavia, sono legate alla necessità di un controllo stringente nei confronti delle aziende e all’assenza di una capacità diretta a far emergere i ricavi reali dei giganti del web prodotti nei diversi Paesi specifici, Italia in particolare.

La seconda ipotesi sul tavolo, invece, che sta destando malumori e malcontento, è la possibilità di richiedere ai giganti del web solo il pagamento dell’Iva dovuta al Governo Italiano nel caso in cui l’azienda ammettesse volontariamente di avere una stabile organizzazione in Italia. Tale aspetto implicherebbe un fatturato superiore rispetto a quello concretamente dichiarato.  Questa opzione, tuttavia, si rivela carente sotto il profilo dell’equità a causa del precedente legato a Google che ha, di fatto, recentemente accettato di pagare sia le imposte dirette che quelle indirette.

Valore della Web Tax in Italia

Sul mercato italiano la Web Tax avrebbe un effetto molto positivo sulle casse dello Stato. Ipotizzando che la tassa sui big player digitali assuma il valore dell’8%, Facebook Italia dovrebbe triplicare le tasse da esborsare rispetto a quanto pagato nel corso del 2016 passando su da 260 mila euro a 744 mila euro su 9,3 milioni di euro di fatturato. Lo stesso discorso varrebbe per Twitter che passerebbe da 70mila euro di contributo a 408 mila euro su 5,1 milioni di euro di fatturato della divisione italiana.

La Web Tax viene valutata da più fronti come la soluzione, sicuramente imperfetta ma certamente molto attesa, per mettere un freno alla legalizzazione dei piani elusivi posti in essere dai tech – monopoli dei giganti del settore. La rivoluzione digitale deve accettare anche un nuovo paradigma tributario che si sta definendo, non senza qualche sostanziale e sostanzioso ritardo. Ci vorranno almeno cinque anni, infatti, per vedere i primi risultati dell’applicazione della Web Tax. Attendiamo fiduciosi l’instaurazione di un mercato libero ed equo per tutti.

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