L’AZIENDA SOSTENIBILE CREA PIÙ VALORE

Ambiente
giovedì, 26 aprile 2018 295 Views 0 Comments
L’AZIENDA SOSTENIBILE CREA PIÙ VALORE

Ecco tecniche e consigli pratici.

 

Un’azienda che punta sulla sostenibilità è più redditizia nel medio-lungo periodo, crea valore in modo solido, riesce meglio ad ampliare il suo business. Ormai le ricerche e gli studi macroeconomici convergono su questo punto: le aziende reputate come “sostenibili” sono più attraenti per i clienti e gli stakeholders. Ad esempio, secondo Gfk Eurisko, oltre un terzo degli acquirenti considera la sostenibilità un fattore decisivo almeno quanto qualità e prezzo. Riguardo agli investitori, si calcola che la dimensione del mercato globale di investimenti sostenibili rappresenti oggi almeno il 31% del totale gestito (fonte Gsia Global Sustainable Alliance).

Ma occorre subito sgombrare il campo da equivoci, chiarendo cosa si intende per azienda “sostenibile”. Non basta rispettare l’ambiente o ridurre le emissioni, perché un’azienda sia dichiarata “sostenibile” occorre rispettare almeno 3 parametri, veri e propri pilastri indicati da ESG (Enviromental Social and Governance):

1) saper creare valore condiviso con tutti gli stakeholders (territorio, dipendenti, clienti e fornitori);

2) misurare le decisioni di business analizzando tutti gli impatti (economici e non) che esse generano;

3) comunicare con decisione e correttezza tutti gli impatti alle varie categorie di stakeholders.
 

Un nuovo modello di business.

 

Non è dunque solo una visione ambientalista o di rispetto del territorio, ma un vero e proprio modello di business che l’azienda deve adottare verso l’esterno. Come? Alcuni esempi:

  • riducendo la quantità di materie necessarie a fornire un determinato servizio (dematerializzazione);
  • allungando la vita utile dei prodotti (durabilità);
  • riducendo il consumo di energia e di materie nelle fasi di produzione e di uso (efficienza);
  • riducendo l’uso di materie pericolose o difficili da riciclare nei prodotti e nei processi di produzione (sostituzione);
  • creando mercati delle materie prime secondarie (materie riciclate);
  • concependo prodotti facili da mantenere in buono stato, da riparare, ammodernare, rifabbricare o riciclare (eco design);
  • rispettando e valorizzando i propri dipendenti e in generale le risorse umane interne (eticità d’impresa e welfare aziendale);
  • relazionandosi in modo attivo e collaborativo con le istituzioni del territorio di riferimento (corporate responsability);
  • trasparenza e correttezza nei confronti di clienti e fornitori (accountability e customer satisfaction).

 

Come fare?

 

Una rivoluzione copernicana che molte aziende stanno già attuando da anni, con risultati di successo, mentre altre si stanno cimentando per avviarla. E chi ancora ci sta pensando ma ha poche idee o confuse? Quali competenze deve sviluppare? E quali figure? Secondo Fabio Iraldo, professore associato presso l’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e direttore del Iefe (Institute for Environment and Energy Economics) presso l’università Bocconi University di Milano, uno dei massimi esperti in Italia, Più che figure professionali, alle PMI servono nuove competenze, non solo più quelle tecniche, ma anche economiche, manageriali, di comunicazione, relazionale, ecc. La formazione di base può essere tecnica, umanistica o economica (scienze sociali), poco importa. Ciò che conta è la possibilità dell’azienda di investire in formazione per far crescere le competenze interne sugli altri fronti e di farlo in modo funzionale alla gestione della sostenibilità”.

Alcuni esempi concreti per avviare politiche di sostenibilità sono:

  • monitorare la catena di approvvigionamento perché lì spesso si annidano violazioni e comportamenti non etici;
  • preferire i rapporti con imprese locali e più vicine alle sedi: non solo è più semplice controllare l’operato della propria supply chain, ma si riduce anche l’impatto del proprio business sul mondo circostante, riducendo in modo significativo i costi ambientali legati al trasporto di manufatti e materie prime, si fanno crescere le economie locali, portando un maggiore benessere alle persone che vi vivono e operano;
  • coinvolgere e motivare dipendenti e collaboratori: è importante che chi lavora sia informato e condivida il più possibile le ragioni di questo percorso, ricevendo incentivi ad operare in modo il più possibile sostenibile;
  • analizzare in modo preciso tutte le fasi del processo aziendale per ridurre sprechi e impatti: oltre a sostituire le lampadine e a migliorare la gestione dei rifiuti, bisognerebbe avere ben presente il proprio core business e studiare soluzioni per rendere più sostenibili ed efficienti tutte le operazioni che si svolgono su base quotidiana;
  • diventare parte attiva della cosiddetta “economia circolare”: si possono condividere, solo per fare qualche esempio, le operazioni connesse al trasporto dei materiali, determinati strumenti e attrezzature, la connessione telefonica e web… Molto dipende, comunque, dal proprio core business, è quindi necessario sedersi a tavolino e studiare le soluzioni che più si adattano alla propria azienda e al contesto economico, ambientale e industriale.

 

Comunicare bene è fondamentale

 

In altre parole, è fondamentale adottare quelle politiche che aumentino la CSR (corporate social responsability), con l’obiettivo di rendere più redditizia l’azienda nel medio periodo e creare valore in modo solido per tutti. Ultimo punto, ma non in ordine d’importanza, è quello di saper comunicare al meglio tutte queste novità e i relativi impatti delle politiche adottate. Non solo con apposito capitolo all’interno del bilancio d’esercizio (o magari con un vero e proprio “bilancio sociale”, come già d’uso nelle aziende medio-grandi), ma attivando quotidianamente tutti quei canali di comunicazione che permettono di far sapere cosa l’azienda stia facendo, nonché come e quanto sia riuscita a generare con le sue politiche di sostenibilità.

Un buon communication manager (o un vero e proprio dipartimento Comunicazione e PR nelle aziende di maggiori dimensioni) saprà attivare gli strumenti necessari, in base alle categorie di stakeholders a cui il messaggio deve arrivare: dal portale web aggiornato e in modalità responsive (non dimentichiamo che gran parte della popolazione naviga oggi da smartphone), a blog e newsletter, fino ai social più popolari (Facebook e Instagram) o professionali (Linkedin), senza dimenticare campagne stampa o di pianificazione Adv o i sempre validi eventi “mirati” (seminari, conferenze o webinar) per coinvolgere tipologie di utenti più evoluti.
Tutto può servire, in modo intelligente e professionale, per comunicare al meglio le politiche di sostenibilità che l’azienda ha intrapreso, con effetti benefici sulla reputazione, l’immagine e l’affidabilità dei suoi brand.

 

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