Cos’è l’Internet of Things: la rivoluzione silenziosa

Digital Transformation
giovedì, 09 novembre 2017 241 Views 0 Comments
Cos’è l’Internet of Things: la rivoluzione silenziosa

Internet of Things: cosa significa essere connessi all’Internet delle cose? E da quanto tempo questa rete è entrata nelle nostre vite?

 
Per molte famiglie – forse per tutte – il centro della casa è la cucina. È la stanza dove si mangia, quella dove ci si riunisce. Il suo ruolo nella nostra vita quotidiana è così importante da farla diventare il contesto ideale nel quale immaginare – sognare e vagheggiare – un elettrodomestico intelligente.

Un frigorifero smart, e connesso.

È dal 1998 – anno dell’introduzione del primo smart fridge – che la tecnologia ci lavora. Sono quasi vent’anni che il frigorifero intelligente rappresenta l’avamposto concettuale dell’idea di oggetto connesso, intelligente, in grado di interagire con l’ambienta circostante: integrando la propria funzione originaria con la raccolta dati, e in grado di reagire a variazioni delle condizioni dell’ambiente circostante – e non solo.
 
Le previsioni danno le vertigini. Entro il 2020, ogni famiglia possiederà 500 oggetti connessi ad internet. Sempre entro la stessa data ne saranno funzionanti, complessivamente, attorno ai 50 miliardi.

Immaginare l’evoluzione della tecnologia, l’impatto sulla nostra vita quotidiana, le conseguenze – individuali prima, sociali poi – di una simile rivoluzione può alimentare i voli pindarici delle fantasie più sfrenate.

Potete ad esempio leggere il racconto The lich House di Warren Ellis, e farvi venire qualche brivido (lo trovate in rete).

La discussione tecnica attorno all’Internet of Things è intensa. Tuttavia, oltre all’aspetto tecnologico vi sono tematiche che non sempre vengono considerate ma che, all’opposto, risulteranno presto di capitale importanza.

 

Fantascienza a parte: un po’ di prospettiva.

 
L’Internet of Things (IoT) è il nome collettivo dell’insieme – quel numero vertiginoso del quale si parlava in apertura – di device, oggetti e macchine connessi a Internet, che attraverso la rete scambiano dati e comandi e che dovrebbero, in breve, semplificarci la vita, ed espanderne le possibilità.

L’IoT 1.0 è nato nell’ambito dei servizi B2B: le prime, pionieristiche applicazioni erano di ambito machine to machine. Lavoravano per logistica e sicurezza, principalmente, e il design – perché di questo vogliamo parlare – era l’ultimo dei problemi: poteva davvero avere una qualche importanza l’estetica di un device di tracciamento satellitare montato sul furgone di un corriere?

Questo è il punto focale, e anche quello che può indurre progettisti e tecnocrati (ancora) in errore: l’IoT non prevede la presenza di un utente finale. Anzi: l’utente potrebbe – e forse dovrebbe – rimanere all’oscuro dello stato di connessione di un device. Un iPhone non è IoT: il termostato che ci permette, attraverso un’App installata nel nostro smartphone, di controllare la temperatura di casa mentre noi siamo a lavoro, lo è.
 
Questo errore ha già avuto una prima conseguenza: la tecnologia B2B, disattenta al design, è stata imposta come necessità agli utenti, i quali si sono trovati in mano strumenti estremamente tecnologici – nati per lavorare in ambiti dove le prestazioni devono essere impeccabili – senza la possibilità di capirli appieno.

Si trattava di strumenti ai quali mancava la considerazione del valore emozionale, della connessione fisica utente-oggetto. Oggetti al quale mancava insomma il design: la user interface.

Un problema che veniva imputato a una mera carenza tecnologica: ancora, sbagliando.

Il senso ultimo dell’IoT deve essere quello di arricchire l’esperienza quotidiana dell’utente, portando nuove esperienze.

Il circolo vizioso si interrompe accogliendo la grande sfida dell’IoT 2.0: accettando il design come disciplina che può – e deve – dialogare con la scienza e la tecnica, e che grazie a questo dialogo può portare solamente benefici.

Proprio perché l’IoT deve apportare nuove esperienze, il suo design deve essere raffinatissimo, e innovativo. In questo modo si può sperare di superare l’hype che circonda attualmente l’IoT: non più quindi una bolla cool e ipertecnologica, ma un vero contributo al benessere umano.

 

La sfida del design

 
Il passaggio all’IoT 2.0 porta con sé una sfida di grande portata per le Aziende che se ne stanno già interessando, e per quelle che lo faranno a breve: non solo sarà necessario accogliere l’importanza del design, ma risulterà fondamentale anche capire il valore di un buon design.

E questo è un processo di aggiornamento e innovazione che deve informare non solo i dipartimenti tecnologici di un’Azienda, ma anche i processi progettuali.
 
I punti sui quali un’Azienda deve lavorare sono, in linea di massima:

  • La ricerca di un problema vero da risolvere, di una necessità alla quale rispondere, con una fase progettuale che ruoti attorno al design thinking.
  • Il project leader deve parlare anche in termini di design, conoscendo e capendone il linguaggio.
  • Allo stesso tempo, i designer devono essere competenti nell’utilizzo della tecnologia. In una user experience ora ci sono i big data, le upgrade, l’interconnettività, la possibilità di personalizzazione.
  • Il circolo produttivo deve essere virtuoso: progettare, costruire, osservare i comportamenti dell’utente, inserire il feedback nella fase di progetto successiva.

È evidente come la sfera tecnologica e quella del design dovranno muoversi sempre più di comune accordo, intersecando competenze e piani di progetto.
 
Cruciale sarà la creazione di un dialogo tra grandi Aziende, portatrici della propulsione tecnologica, Università, che rappresentano il mondo della ricerca, e PMI, che forniscono servizi e prodotti on top ai device IoT. In questo modo si potrà permettere al tessuto produttivo italiano di accedere a un mondo tecnologico che è ancora troppo frammentato per portare competitività positiva.

Se la prima spinta evolutiva dell’IoT è stata la connettività capillare, la prossima – quella che ci porterà all’IoT 2.0 e alla relativa business transformation – sarà la massificazione dei device connessi e smart, e il conseguente impatto sugli utenti.

 

Il dove dell’Internet of Things

 
L’IoT è una galassia di oggetti intelligenti, il cui comportamento cambia in risposta a variazioni dell’ambiente circostante. Una galassia mappabile di device che dialogano tra loro, interconnesse. Una ragnatela che interseca tutti i piani della vita umana monitorando, regolando, interagendo. Non esiste ambito nel quale l’IoT non sia già in utilizzo. L’aggettivo smart informa la domotica, gli edifici, le città e la mobilità urbana. Vengono monitorate le industrie e le catene produttive robotiche. Ne sono influenzate l’automotive, con il sogno delle self driving car. La sanità. Le forme di digital payment.

Reti di telerilevamento, mappatura e precision farming sempre più massiccia informano agricoltura, zootecnia, gestione del territorio.

Una lista esaustiva di tutti i settori dove l’IoT trova applicazione forse non è neanche più concepibile.

I colossi mondiali – Samsung, Google, Ford, GE – si sono già organizzati per capire come entrare nel gioco dell’IoT nel modo più profondo possibile, cogliendo da subito il senso possibile della rivoluzione.

Una rivoluzione che sarà emozionante, per il potenziale creativo e innovativo, e surreale al contempo: perché una buona parte delle persone ancora non sa cos’è, l’IoT. Infatti i prodotti dovranno essere spiegati, e capiti. Si tratterà di una fase di adattamento alla vita dell’utente, che dovrà avvenire possibilmente senza strappi.

 

Il ruolo del design

 
I designer e gli inventori di UI/UX si troveranno a giocare una partita importantissima.

Possiamo stilare una lista di fattori critici, dei quali il designer di device connessi – e, quindi, le Aziende che li produrranno – dovrà tenere necessariamente conto.

  • Prepararsi ad azioni dell’utente sempre più ricche. Il passaggio dagli schermi touch alla realtà virtuale ha esteso la quantità e la finezza dei comandi che un utente può impartire ai dispositivi. Non solo: con molta probabilità, molti device dell’IoT 2.0 non avranno schermi con i quali interagire, e si configureranno nuovi sistemi di controllo.
  • La maggior parte dei device non comunicheranno con noi direttamente, ma lo faranno via web o, addirittura, attraverso altri dispositivi. Quello che si dovrà assicurare all’utente saranno delle esperienze interconnesse, e non separate.
  • Sarà necessario fare leva sulle tecnologie già entrate nella vita dell’utente, punto di partenza per rendere le nuove tecnologie più comprensibili. Continueremo a confrontarci con i menu a tendina, insomma.
  • Le esperienze dovranno essere contestuali. Dev’essere il device ad adattarsi alla vita umana, proponendo l’interazione solo quando questa davvero può arricchire l’esperienza.
  • Il contatto umano dovrebbe essere il punto focale della tecnologia. Si dovrà fare in modo che le persone si relazionino e vivano situazioni in modi che prima erano inimmaginabili, o avrebbero richiesto sforzi tecnologici eccessivi.

È evidente come si tratta di una partita complessa, composta di sfide intriganti a loro volta connesse tra di loro, come lo saranno, sempre di più, i device dell’IoT 2.0.
 
La tecnologia insomma è solo una porzione della rivoluzione che ci aspettiamo. E non nascondiamo la curiosità che abbiamo, aspettando di vedere l’ingresso dei designer nell’ideazione e nell’elaborazione di device che ci auguriamo saranno sempre più – oltre che utili, connesse, smart – coinvolgenti.

Nel senso più ampio possibile del termine.

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